LORENZO BIANCHINI: “NE L’ANGELO DEI MURI DESCRIVO UN NEOREALISMO DELLE PAURE”

LORENZO BIANCHINI: “NE L’ANGELO DEI MURI DESCRIVO UN NEOREALISMO DELLE PAURE”

Dopo la distribuzione in sala del suo L’angelo dei muri, affascinante fiaba dark ambientata in un vecchio appartamento di Trieste, Lorenzo Bianchini ci ha svelato in un’intervista esclusiva la genesi del suo film, spaziando poi sui temi cardine del suo cinema, e più in generale sul suo rapporto col racconto per immagini.

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L’uscita in sala di L’angelo dei muri, con la distribuzione della Tucker Film, ha portato finalmente al grande pubblico il cinema di Lorenzo Bianchini, certamente tra i registi più originali, e dotati di uno sguardo più personale, del panorama indipendente italiano dell’ultimo ventennio. Il nuovo film di Bianchini (che potete trovare al cinema nelle sale qui elencate) segna un ulteriore step nella ricerca del regista friulano su generi popolari come il thriller e l’horror, in un lavoro che di questi generi asciuga ulteriormente la materia, per consegnare agli spettatori una suggestiva, ipnotica fiaba dark. Una fiaba che ha per protagonista il veterano della commedia francese Pierre Richard, che qui interpreta un anziano inquilino che, dopo aver subito uno sfratto, decide di restare segretamente nell’appartamento in cui ha finora abitato, nascondendosi in una stanza ricavata nei muri. Una scelta che, per la ragazzina non vedente che si è appena trasferita nell’appartamento con sua madre, lo trasformerà nell’angelo del titolo, custode ma anche portatore di oscuri segreti.

Proprio del suo nuovo film, della sua genesi, e dell’idea di cinema che lo muove – così coerente coi precedenti lavori del regista – ci ha parlato lo stesso Lorenzo Bianchini nell’intervista che ci ha rilasciato, a seguito dell’uscita del film. Una chiacchierata che conferma la profondità delle istanze che muovono il lavoro di un autore a tutto tondo, capace di mantenere personalità e originalità nell’estetica, senza dimenticare di dialogare attraverso le immagini col suo pubblico. Un pubblico che che forse ora (auspichiamo) potrà scoprire in percentuale maggiore il suo lavoro, premiando una carriera che finalmente emerge da un underground che le stava decisamente stretto.

L'angelo dei muri, Pierre Richard in un frame del film
L’angelo dei muri, Pierre Richard in un frame del film di Lorenzo Bianchini

Puoi parlarci della genesi del film? Come e quando è nata l’idea?
A volte le idee nascono in maniera fulminea, come un fulmine a ciel sereno: da un’immagine a una storia. Altre volte, invece, hanno una formazione più lenta: a me, fin dal 2008 ma anche prima, piaceva l’idea di descrivere uno stato di solitudine dell’uomo, e anche scoprire le inquietudini dell’animo umano e le paure più profonde, quelle che ci portiamo dentro. E quali migliori ingredienti se non un uomo anziano, alla fine della sua esistenza, e un enorme appartamento buio e decadente inserito all’ultimo piano di un vecchio palazzo austroungarico, in una gelida Trieste invernale e grigia? Ecco, tutti questi ingredienti messi assieme ti trasportano subito in quel mondo che mi piaceva descrivere. Poi c’è stato il processo di costruzione del soggetto, e la stesura della sceneggiatura insieme a Michela Bianchini e a Fabrizio Bozzetti.

Come mai la scelta di un attore come Pierre Richard, con un retroterra nella commedia?
Beh, noi qui in Italia siamo abituati a vedere come dei grandi attori comici interpretino comunque anche parti estremamente drammatiche. Quando ho visto Pierre Richard, poi, ho subito ritenuto che fosse la persona giusta: aveva il viso giusto, e la sua mimica e gestualità potevano trasmettere tutto ciò che il protagonista doveva far arrivare al pubblico. Questo viso dal naso un po’ pronunciato, questi cappelli così scapigliati, che ti trasportano anche oltre la dimensione di sofferenza e di solitudine, in un mondo in un certo senso anche fantasy; un mondo da fiaba, che nel film è presente. Era praticamente il personaggio ideale per incarnare tutti gli stati emotivi che volevo trasmettere con questa storia.

L'angelo dei muri, Pierre Richard in una scena del film
L’angelo dei muri, Pierre Richard in una scena del film di Lorenzo Bianchini

In questo film, ancor più che nei tuoi precedenti, il genere viene travalicato per parlare d’altro, di fantasmi personali, memoria, solitudine e senso di colpa. Quanto è importante, per generi popolari come il thriller e l’horror, legarsi così strettamente alla dimensione psicologica?
Molti film di genere sono basati su questo aspetto. Personalmente, a me piace descrivere quello che definisco una sorta di neorealismo delle paure: paure vere, paure che possiamo provare tutti, che ci appartengono in base al nostro passato, a quello che abbiamo fatto, alla nostra cultura. E per descrivere queste paure, è ovvio che hai a che fare con con te stesso, col tuo animo, con la tua memoria, e quindi col mondo della tua psiche. E quindi, allargando i confini del cinema di genere, e abbattendo un po’ i cliché per cui questo cinema debba essere solo mostri e sangue, puoi permetterti di descrivere tantissimi stati dell’animo umano, comprese le inquietudini e le patologie psichiche. Sono quelle inquietudini che poi creano i fantasmi: tutto secondo me ha a che fare con le proiezioni delle proprie paure, quindi credo che il legame sia fondamentale.

Spesso si parla di ambienti che diventano veri e propri personaggi di un film. Qui, per la casa in cui si svolge la storia, la cosa è più che mai vera. L’appartamento si trasforma parallelamente al protagonista, da rifugio diviene trappola, poi luogo della rivelazione e dell’emersione del rimosso. Quant’è importante, nel tuo cinema, l’attenzione alla gestione espressiva dello spazio e dei luoghi del racconto?
In questo film il luogo è fondamentale, e non a caso mi sono dedicato anche alla scenografia: perché il luogo diventa lo specchio del protagonista, diventa metafora del suo stato d’animo. La decadenza del luogo è la decadenza del suo stesso spirito. Le crepe sono le sue ferite, con la pioggia, le goccioline che si insinuano, una sorta di pianto. I luoghi sono fondamentali per me: in questo film lo sono per il motivo che ti ho appena detto, in altri perché i luoghi sono comunque ambienti evocativi. Tramite i luoghi e gli oggetti, noi sentiamo: percepiamo ciò che in quegli ambienti c’è stato, sentiamo una visione poetica delle cose, la presenza delle persone che in quegli ambienti un tempo soffrirono, si divertirono, morirono. C’è tutta una poetica rispetto agli ambienti, che è fondamentale per descrivere le sensazioni dei protagonisti, le sensazioni dei personaggi che in questi ambienti vengono a vivere le loro avventure.

Un'immagine del direttore di Peter Zeitlinger
Un’immagine del direttore della fotografia Peter Zeitlinger

Com’è nata la collaborazione col direttore della fotografia Peter Zeitlinger, da tempo collaboratore di Werner Herzog?
Lui incredibilmente vive proprio qui da un bel po’ di anni. Vive in un paese delle campagne friulane, e oltre alle cose che fa all’estero, ovviamente molto grandi, fa anche delle cose qui sul territorio. Ci siamo incontrati, abbiamo fatto questo piccolo drink insieme ai produttori, ed è nata subito una perfetta intesa: lui è una persona straordinaria, abbiamo parlato della storia, io gli ho raccontato di cosa si trattava, e lui ben volentieri ha voluto darci una mano. Ha fatto la fotografia dipingendo veramente come un quadro le penombre dell’appartamento in cui si svolge la storia. A volte la vita ti porta a questi incontri magici all’interno della tua stessa regione.

Il film ha un’impostazione da fiaba dark: il potere del racconto fiabesco è esaltato più volte nel corso della sua durata. Quanto è importante, nella tua formazione, questo tipo di narrazione?
Io credo che nelle fiabe ci sia questa dimensione magica che appartiene a tutti, e soprattutto a coloro che da bambini hanno avuto la fortuna di ascoltarle prima di addormentarsi. Io ricordo che ascoltavo le fiabe su un vecchio mangiadischi, quando venivano messe sui vecchi 45 giri: spegnevo le luci, ascoltavo la storia di Pinocchio e tantissime altre storie, e lì la fantasia prendeva il volo. L’immaginario si sprigionava: da queste storie fuoriesce una dimensione magica che ha a che fare col nostro animo, con la costruzione delle nostre paure, delle nostre inquietudini e delle nostre gioie. C’è una fusione tra vita materiale e spirituale: la vita spirituale non può esistere se non c’è magia. L’aspetto surreale che la dimensione della fiaba ti apre, secondo me, è vicinissimo a tante cose che hanno a che fare con un certo tipo di cinematografia. E poi le fiabe sono piene di figure mitiche notturne: sono le proiezioni delle nostre paure, delle nostre sensazioni, della nostra voglia di immortalità, che quasi si trasferisce nella proiezione di un fantasma. Le fiabe per me sono importantissime.

L'angelo dei muri, Gioia Heinz in un'immagine del film
L’angelo dei muri, Gioia Heinz in un’immagine del film di Lorenzo Bianchini

Com’è stato passare da una dimensione di cinema puramente indipendente a una produzione più grande e strutturata?
L’indipendenza ti dà la possibilità di “stancarti” molto, di badare a tutti quegli aspetti che riguardano la lavorazione di un film: hai una preparazione rispetto al passaggio alla produzione più grande, puoi capire da subito quali potrebbero essere i problemi dei vari reparti. Lavorare in una produzione indipendente quindi favorisce la comunicazione: a me, in questo senso, l’esperienza passata ha aiutato tantissimo. Ma è chiaro che passare da una produzione indipendente a una strutturata ti dà la possibilità di concentrarti di più sul sul tuo lavoro registico, hai la possibilità di lavorare in maniera continuativa, con dei professionisti che ti danno una mano e ti sgravano di tutto il lavoro che prima dovevi fare tu. La produzione più grande ti dà anche la possibilità di avere attori come Pierre Richard, e di avere più distribuzione e più visibilità dopo: quindi è un passaggio che favorisce la vita di un film. Questo è stato possibile grazie a Tucker Film, che ha prodotto il mio film insieme a Rai Cinema e MYmovies, e a tutti i fondi regionali che hanno offerto supporto, oltre a quello statale: il Fondo regionale per l’audiovisivo e la Friuli Venezia Giulia Film Commission, strutture importanti sul territorio, che fanno sì che questi non rimangano sogni nel cassetto.

Hai mai pensato di lavorare nella serialità? E cosa ne pensi della querelle che oppone la forma seriale al cinema, e più in generale il grande e il piccolo schermo?
In passato abbiamo fatto un teaser, una sorta di trailer per una serie che per il momento non è stata realizzata. Penso che le serie, come tutte le espressioni artistiche nel mondo dell’audiovisivo, abbiano una loro ragion d’essere. Il loro impianto narrativo è completamente diverso da quello del cinema: c’è una sorta di avventura prolungata, che va anche a scandagliare aspetti che di solito non non vengono sottolineati in un film; aspetti magari marginali rispetto a quello che dovrebbe essere il potere di sintesi di un prodotto di un’ora e mezza. Le serie danno invece la possibilità di allargare le cose, e divertirsi a esplorare: sono godibili a casa, perché sono lunghe, le guardi quando vuoi, e sono una sorta di accompagnamento. Non vedo una contrapposizione: sono diverse espressioni narrative, artistiche, che hanno la loro dignità, la loro ragion d’essere. Chiaramente i film sono dedicati alla sala: certi tipi di film vanno gustati in sala – potrebbe essere così anche per le serie, ma diventerebbe più difficile seguirle, soprattutto quelle con lunghe stagioni. In certi film ci sono aspetti visivi, poetici, o elementi che hanno a che fare coi suoni, che hanno un’importanza fondamentale e che proprio al cinema, sul grande schermo e con gli impianti audio giusti, restituiscono tutta la loro potenza poetica; una potenza che magari a casa verrebbe un po’ ridotta. Quindi sono due linguaggi diversi, ognuno dei quali trova la sua massima espressività in sedi diverse.

Puoi accennarci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
Ovviamente ci sono in ballo delle cose, ci sono due trattamenti già pronti, e c’è un’idea molto forte che voglio sviluppare. C’è anche un progetto su cui già stiamo lavorando; quindi insomma, carne sul fuoco ce n’è. A breve mi auguro che si comincerà a entrare più nel merito rispetto a questi progetti: ora, per il momento, stiamo facendo di tutto per divulgare e seguire il più possibile la distribuzione de L‘angelo dei muri.

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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