PREY

PREY

Prequel e sorta di origin story per la saga di Predator, Prey è un buon prodotto di genere, che funziona bene nella sua unione di essenzialità narrativa ed eleganza visiva. Un lavoro attraverso il quale il regista Dan Trachtenberg riesce a rinvigorire, almeno in parte, un franchise che sembrava aver dato tutto ciò che aveva da dare.

La preda sbagliata

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Per rinvigorire un franchise stagionato e abbondantemente sfruttato come quello di Predator – fiaccato anche dai non eccellenti risultati dell’ultimo capitolo diretto da Shane Black, datato 2018 – i 20th Century Studios hanno giocato con questo Prey la carta della origin story. Una carta che opera qui una sorta di reset della saga, sia a livello narrativo (l’ambientazione è di oltre due secoli precedente a quella del film originale) sia soprattutto sul piano tematico/stilistico. Via, quindi, le tentazioni di ulteriori crossover, via il metacinema, via le spinte nostalgiche più esplicite e dichiarate. Col film di Dan Trachtenberg, prequel che cammina sulle sue gambe – pur non facendo mancare qualche citazione del primo, storico capitolo – il franchise fantascientifico punta a recuperare una certa essenzialità, mettendo in scena il più antico gioco tra cacciatore e preda – qui scambiatisi più volte di ruolo. Un’operazione che, indirettamente, fa il verso al film di John McTiernan del 1987, in un concept di base che vede l’irruzione del mostro in un contesto già fiaccato da uno scontro pregresso: là era quello coi guerriglieri della giungla di un paese sudamericano, qui quello che vede i nativi contrapposti agli uomini bianchi, oppressori della nazione Comanche. Con un eroe di turno, ovviamente, che mostra qui tratti diametralmente opposti: non più i muscoli di Arnold Schwarzenegger, a fronteggiare il predatore, ma l’intelligenza e la scaltrezza dell’aspirante cacciatrice interpretata da Amber Midthunder.

Io caccio da sola

Prey, un'immagine di Amber Midthunder nel film
Prey, un’immagine di Amber Midthunder nel film di Dan Trachtenberg

Ambientato nel territorio Comanche a inizio 1700, Prey narra la storia di Naru, ragazza con l’aspirazione della caccia, frustrata nella sua voglia di dimostrare la sua abilità a causa della sua giovane età, del suo talento per la medicina, e non ultimo del fatto di essere donna. Quando, durante una battuta di caccia a cui si unisce contro la volontà di suo fratello, la ragazza scorge una misteriosa creatura, capace di diventare invisibile e di aver ragione di un enorme orso, i membri della tribù non credono alle sue parole; ricondotta al villaggio contro la sua volontà, Naru deciderà di mettersi da sola sulle tracce del predatore, accompagnata solo dal fidato cane da caccia Sarii. Per la ragazza, questa sarà l’occasione per il suo atteso battesimo della kuthtaamia, il rituale Comanche della grande caccia che segna anche il passaggio all’età adulta.

Predatori e predati

Prey, una scena del film
Prey, una scena del film di Dan Trachtenberg

L’essenzialità di una narrazione basica, volutamente scarnificata e tutta proiettata verso il confronto tra la protagonista e il mostro, si rivela probabilmente la carta migliore per il film di Dan Trachtenberg – già regista, qualche anno fa, di un intelligente sequel/spin-off come 10 Cloverfield Lane. Prey è, di fatto, un lavoro che mette in scena in forma di archetipo fantastico-avventuroso l’eterno rituale della caccia, il primordiale confronto tra uomo e bestia, il motivo della scaltrezza e della capacità di pianificazione contrapposte alla forza bruta. In tutto il film c’è il ritorno del simbolico gioco di preda e predatore, il carattere relativo dei ruoli – ben espresso nella prima scena che vede la creatura in azione – e il motivo della predazione come elemento fondante per la costruzione dell’identità. Temi tutt’altro che nuovi, che tuttavia si innestano bene, qui, sulla resa di un contesto come quello dei Comanche, delineato quanto basta per mettere in moto la vicenda, e imbastire una sorta di basilare coming of age per la giovane protagonista. Un contesto che, nella sua fragilità strutturale – minacciato com’è dalle razzie dell’uomo bianco, e fiaccato dall’arretratezza delle sue armi – si rivela paradossalmente più preparato a confrontarsi col predatore, personificazione dell’”uccello di tuono” che la protagonista scorge nel cielo, segno che la spinge a confrontarsi col pericolo e a provare il suo valore.

Tra compromessi e voglia di stupire

Prey, un'immagine dell'alieno nel film
Prey, un’immagine dell’alieno nel film di Dan Trachtenberg

Prey resta comunque, principalmente, un onesto prodotto di genere, che subordina la delineazione del contesto a una messa in scena accattivante e ipercinetica, e alla voglia di rinvigorire un marchio che negli anni aveva progressivamente perso smalto. Non siamo, insomma, di fronte a una riflessione teorica in qualche modo paragonabile a quella del nuovo film di Jordan Peele Nope, che si muove ovviamente su altri e più “alti” territori. In questo senso, i dichiarati intenti della produzione di omaggiare il popolo Comanche (tradotti anche nel doppiaggio del film in lingua nativa) restano più che altro a livello di propositi; le basi della storia, invero, risentono persino – provocando in questo un déjà vu non del tutto piacevole – di uno schema narrativo ben rodato nelle recenti produzioni Disney e Pixar (si pensi a Oceania e a Coco) che vede un personaggio – normalmente femminile – rompere con le tradizioni familiari, ribellarsi e mettersi alla prova contro una minaccia esterna.

Una strada all’insegna della riconoscibilità, per il pubblico Disney, che comunque – per onestà va detto – il film conduce poi su altri e per fortuna meno rassicuranti territori: in questo senso, la seconda, serrata metà di Prey offre punte di notevole crudezza, caricando di tensione anticipatrice il confronto tra Naru (ben interpretata dalla giovane Midthunder) e la scaltra creatura. Una creatura che ormai, ridotta com’è a mero oggetto di merchandising, è ben lungi dall’incutere qualsiasi senso di timore o anche solo di stupore; un limite strutturale e inevitabile, che il film di Dan Trachtenberg riesce a controbilanciare grazie a una messa in scena elegante, fondata da un lato sulla dinamicità della regia, dall’altro sul fascino selvaggio di location che – in una fotografia che unisce ariosità a senso di minaccia – vengono sfruttate al meglio da questa vigorosa origin story.

Prey, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Prey
Regia: Dan Trachtenberg
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 99’
Genere: Horror, Fantascienza, Azione, Thriller
Cast: Amber Midthunder, Bennett Taylor, Corvin Mack, Dakota Beavers, Dane DiLiegro, Harlan Blayne Kytwayhat, Julian Black Antelope, Michelle Thrush, Mike Paterson, Nelson Leis, Samuel Marty, Skye Pelletier, Stefany Mathias, Stormee Kipp, Tymon Carter
Sceneggiatura: Patrick Aison
Fotografia: Jeff Cutter
Montaggio: Angela M. Catanzaro, Claudia Castello
Musiche: Sarah Schachner
Produttore: John Davis, John Fox, Marty P. Ewing, Jhane Myers
Casa di Produzione: Davis Entertainment, 20th Century Studios
Distribuzione: Disney+

Data di uscita: 05/08/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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