BRADO, KIM ROSSI STUART PRESENTA IL SUO WESTERN ESISTENZIALISTA

BRADO, KIM ROSSI STUART PRESENTA IL SUO WESTERN ESISTENZIALISTA

Il rapporto contrastato tra un padre indurito dalla vita e un figlio deluso. Alle loro spalle, poi, una natura selvaggia e difficile da domare, esattamente come i sentimenti che li attraversano. Questi sono solo due degli aspetti che definiscono Brado, nuovo film di Kim Rossi Stuart interpretato da Saul Nanni, Barbora Bobulova e Viola Sofia Betti, presentato stamattina in conferenza stampa a Roma.

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Dopo Anche libero va bene e Tommaso, Kim Rossi Stuart torna dietro la macchina da presa per un film di genere dai profondi risvolti emotivi e famigliari. Tratto dal racconto La lotta all’interno del suo libro Le guarigioni, mette in scena il rapporto contrastante tra un padre e un figlio. Il primo ha un animo forte, coriaceo e selvaggio, esattamente come la natura che abita e i cavalli che cerca di domare. Il secondo, invece, cerca di trovare se stesso nonostante la figura così dominante di un genitore che gli ha fatto dono della sua libertà, anche se in modo poco ortodosso. Grazie a un puledro particolarmente difficile da gestire e a una gara per cui prepararsi, i due trovano la giusta motivazione per confrontarsi e affrontarsi sulle questioni essenziali del loro rapporto. A fare da sfondo un paesaggio ampio, privo di ostacoli, a differenza degli animi dei due protagonisti disseminati da diversi paletti emotivi.

In questo senso Brado, sceneggiato a quattro mani con Massimo Gaudioso, è una vicenda sul superamento dei propri limiti e l’accettazione dell’altro. Anche di un padre che, nonostante la sua forza apparente da cowboy nostrano, nasconde nel profondo delle ferite indelebili, come quelle causate da una relazione sentimentale distruttiva. Un legame che, quasi inconsciamente, si riversa sulla crescita di quei figli per cui è stato padre e madre nonostante la sua rudezza. Ad accompagnare Kim Rossi Stuart in questa nuova avventura, in cui si divide nel doppio ruolo di regista e interprete, torna Barbora Bobulova e si ritaglia uno spazio importante il giovane Saul Nanni. Accanto a Rossi Stuart, infatti, quest’ultimo mette in scena un rapporto padre-figlio intenso, emotivo e profondamente radicato in cui la rabbia lascia spazio, un passo dopo l’altro, alla riconoscibilità del passato. Il film, prodotto da Palomar, sarà distribuito in sala da Vision Distribution dal 20 ottobre.

Bardo, Kim Rossi Stuart in una scena del film
Bardo, Kim Rossi Stuart in una scena del suo film

Per questa tua terza regia hai optato per un’ambientazione particolare che porta sul grande schermo le forme e le atmosfere tipiche del cinema di genere. Nello specifico quello western. Da cosa nasce questa scelta stilistica e com’è stata sfruttata per raccontare la storia di Brado?
Kim Rossi Stuart: Effettivamente il film è stato costruito su di un telaio tipico del genere salvo, poi, disattenderlo completamente alla fine. Se andiamo a osservare la sua forma, infatti, si ha la sensazione immediata di trovarsi in un western o in una storia con all’interno un’impresa sportiva da portare a termine. Andando oltre e lasciandosi trasportare dagli eventi, però, è chiaro che esiste un substrato ben più profondo in grado di portare la vicenda verso una direzione completamente diversa. D’altronde un film di genere mi cattura quando, scavando, mostra un’anima psicologica. In questo modo, dunque, diventa un buon veicolo per raccontare tematiche capitali come il rapporto tra padre e figlio. Nel nostro caso, poi, abbiamo toccato anche elementi fondamentali come la visione edipica del padre. Un genitore che pone un fardello importante sulle spalle del figlio, il quale deve lottare per trovare una propria identificazione. In questo senso, dunque, possiamo dire di trovarci di fronte a una vicenda di guarigione e liberazione.

Possiamo definirlo anche come un film d’amore?
Kim Rossi Stuart: Sì, assolutamente. Anzi, mi piace questa definizione. D’altronde i due protagonisti, il padre e il figlio, per gran parte del film sono in profondo contrasto, evidenziando il loro malessere dicendosene di tutti i colori. Nonostante i molti rinfacci, però, è chiara la sofferenza che attraversa entrambi e che li porta sui loro passi per riacquistare il segreto di una tenerezza passata. La stessa che attraversa lo sguardo di un padre quando prende per la prima volta un figlio appena nato tra le braccia.

Bardo, Barbora Bobulova in una scena del film
Bardo, Barbora Bobulova in una scena del film di Kim Rossi Stuart

Barbora, dopo la collaborazione in Anche libero va bene, sei tornata sul set con Kim Rossi Stuart. Questa volta il tuo ruolo è più circoscritto e solo apparentemente meno incisivo ai fini della vicenda. Com’è stato ritrovarsi in una nuova storia?
Barbora Bobulova: Il primo film con Kim mi ha dato talmente tanto che non avrei mai potuto rifiutargli qualche cosa. Così, quando mi ha chiamato per parlare del progetto di Brado, ho dato subito conferma della mia partecipazione nonostante il ruolo fosse apparentemente meno ampio rispetto a quello in Anche libero va bene. In questo caso, infatti, vesto i panni di una donna chiaramente irrisolta che, proprio a causa di questa caratteristica, è destinata ad avere un peso sostanziale nella vita del figlio e dell’ex marito.

Tra gli altri personaggi femminili spicca anche quello interpretato da Viola Sofia Betti, per la prima volta sul grande schermo. Com’è stato dirigerla?
Kim Rossi Stuart: Viola è stata una scoperta incredibile. Fino a ora non aveva mai pensato di trovarsi all’interno di un film. Lei, fondamentalmente, è un’amazzone, visto che lavora proprio nell’ambito dell’ippica. Al di là di questo particolare, però, è stata una professionista particolarmente precisa ed esigente in modo incredibile con se stessa. Al limite dell’assurdo. Per quanto riguarda le riprese e il suo ruolo, poi, si è offerta in modo generoso e malleabile. Si è fatta portare con grande naturalezza e vederla sul set mi ha rimandato la sensazione di un grande cinema.

Bardo, Saul Nanni e Viola Sofia Betti in una scena del film
Bardo, Saul Nanni e Viola Sofia Betti in una scena del film di Kim Rossi Stuart

Co-protagonista di questa vicenda, però, è soprattutto Saul Nanni che, dopo Mio fratello rincorre i dinosauri e Sotto il sole di Riccione, affronta un ruolo e una vicenda impegnativa sotto vari punti di vista. Cosa ti ha colpito di lui?
Kim Rossi Stuart: Devo dire che con questi ragazzi si è creato un qualche cosa di straordinario. Per me hanno rappresentato delle vere e proprie colonne portanti di questo progetto. Saul parla di me come della persona che lo ha condotto, portato per mano nel cuore della storia. In realtà, a un certo punto, la situazione si è capovolta nettamente. E lui, come Viola, ha rappresentato la parte essenziale del viaggio. Per quanto riguarda poi l’interpretazione di Saul, mi ha colpito la sua capacità di scavare in se per trovare delle motivazioni che non gli appartengono. La sua realtà famigliare, infatti, è assolutamente tranquilla e rassicurante. Per la sua interpretazione, invece, è dovuto andare a trovare il senso di un’acredine che mette in moto il personaggio.

L’elemento che mette nuovamente in contatto il padre e il figlio è un cavallo. Da cosa dipende la scelta di quest’animale che, in un certo senso, diventa protagonista e divide la scena con te e Saul?
Kim Rossi Stuart: Tutto è partito dal desiderio di riproporre alcune ambientazioni specifiche del mio passato. Volevo che lo spettatore potesse vivere delle esperienze che io ho provato in prima persona quando ero ragazzo con mio padre. Una di queste, per esempio, è una lunga galoppata all’imbrunire. Solo chi l’ha vissuta in prima persona può comprendere l’entusiasmo e quel sentore di vitalità che si sente scorrere lungo tutto il corpo. Una botta di endorfine senza paragone.

Per chiudere, visto che Brado è un film sulla genitorialità e che lo hai dedicato a tuo padre, è quasi inevitabile chiederti alcune parole sul vostro rapporto.
Kim Rossi Stuart: La nostra relazione è stata profondamente diversa da quella che viene raccontata nel film, anche se alcuni elementi sono presenti. Posso dire che ho avuto un padre bravo, soprattutto perché è stato in grado di regalarmi l’autonomia. Un aspetto che deve essere fonte di riflessione anche per me, visto che sono un genitore. Credo che tenere i ragazzi troppo al riparo sia un errore. In questo modo non li rendiamo consapevoli e capaci di camminare sulle loro gambe.

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Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

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