BLACK PHONE

BLACK PHONE

Elegante, ben diretto ma sostanzialmente derivativo, Black Phone segna il ritorno di Scott Derrickson a una dimensione produttiva più piccola. Lo fa contando anche sull’efficace prova di Ethan Hawke, che dopo Sinister torna a lavorare col regista in un nuovo, inquietante ruolo.

Finney e il telefono oscuro

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Dopo l’abbandono (momentaneo?) dell’ombrello produttivo Marvel, col passaggio a Sam Raimi del testimone di regia di Doctor Strange nel Multiverso della Follia, Scott Derrickson torna con questo Black Phone a una dimensione produttiva più piccola, oltre che al genere – da sempre da lui privilegiato – del thriller/horror. Una scelta che riporta il regista a quella Blumhouse Productions che aveva già prodotto nel 2012 il suo Sinister, film che affermò Derrickson come uno dei nomi più interessanti del panorama horror contemporaneo; un sodalizio di cui viene recuperato qui anche l’attore protagonista, un Ethan Hawke che abbiamo appena visto tanto al cinema (nell’ultimo lavoro di Robert Eggers The Northman) quanto sul piccolo schermo (nella discussa penultima serie dei Marvel Studios, Moon Knight). Nello specifico, il nuovo film di Derrickson trae spunto dal racconto omonimo di Joe Hill, contenuto nella raccolta del 2005 Ghosts: una storia, quella di Hill, ambientata nella provincia americana di un trentennio prima, in quegli anni ‘70 che nel periodo più recente (grazie a opere come C’era una volta a… Hollywood e Licorice Pizza) sembrano oggetto di un revival più “d’essai” di quello che sta coinvolgendo, da qualche anno, il decennio successivo.

Il terrore del Rapace

Black Phone, Ethan Hawke e Mason Thames in una scena
Black Phone, Ethan Hawke e Mason Thames in una scena del film

Nella trama del film, ambientata in una cittadina rurale del Colorado, la popolazione è terrorizzata da un rapitore seriale, “Il Rapace”, per mano del quale sono già scomparsi cinque ragazzini del luogo. Il misterioso individuo sembra muoversi a bordo di un furgone nero, annunciando la sua presenza con dei palloncini dello stesso colore; dopo la scomparsa del suo migliore amico Moose, l’ultimo a essere prelevato dal Rapace è Finney Shaw, giovane battitore della squadra di baseball della scuola.

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Rinchiuso nel lurido scantinato del rapitore, Finney nota la presenza di un telefono nero, che misteriosamente suona pur essendo scollegato dalla linea: a tentare di mettersi in contatto col ragazzo, attraverso l’apparecchio, sembrano essere le precedenti vittime del Rapace. Nel frattempo, a casa di Finney, sua sorella Gwen spera di poter sfruttare le visioni paranormali a cui da sempre è soggetta, per poter individuare il covo del rapitore; un proposito a cui tuttavia si oppone il padre dei due, un uomo con problemi di alcolismo, da sempre spaventato dalle facoltà della ragazzina.

Forza e astuzia

Black Phone, Mason Themes al telefono dell'aldlià in una scena
Black Phone, Mason Themes al telefono dell’aldlià in una scena del film

C’è un’evidente impostazione kinghiana, nel soggetto di Black Phone, che denuncia chiaramente l’eredità tematica lasciata dalla narrativa di papà Stephen King sul racconto del figlio d’arte Hill. È vivida, nel film di Derrickson, la resa della provincia americana di fine anni ‘70, in cui i rituali “sacri” della formazione di un giovane individuo – la partita di baseball davanti ai genitori, l’intonazione dell’inno a scuola – si accompagnano a uno strisciante e onnipresente clima di violenza. La violenza circonda il protagonista Finney in ogni aspetto della sua vita, diventandone parte a dispetto dei tentativi del ragazzo di rifiutarla: a partire dalle mura domestiche, che vedono i due ragazzini frequenti vittime degli accessi di violenza del padre, per proseguire con l’ambiente scolastico, che trova il ragazzo perseguitato dei bulli, difeso da un amico che ha semplicemente imparato a picchiare per primo e più forte. In un contesto del genere, segnato da una violenza accettata in quanto nascosta – tra le mura di casa – o benevolmente tollerata perché ritenuta capace di formare il carattere, la presenza del Rapace trova terreno fertile: lo trova perché si innesta su una comunità divisa e incapace di proteggere i suoi soggetti più deboli. Una presenza che costringerà Finney a prendere in mano il suo destino, reagendo a un sopruso (con l’astuzia più che con la forza fisica) forse per la prima volta.

Derivativo ma elegante

Black Phone, Mason Themes e Madeleine McGraw in una scena
Black Phone, Mason Themes e Madeleine McGraw in una scena del film

Ha una regia elegante, Black Phone, capace di ricreare agevolmente il contesto in cui si muove il protagonista, e di descrivere in modo efficace la tensione che serpeggia nel nascondiglio del Rapace: babau concreto a cui dà volto un Ethan Hawke che riesce a offrire una buona prova malgrado il volto parzialmente coperto. Il film di Derrickson si muove disinvoltamente tra la dimensione realistica del thriller (quella della dinamica del rapimento, del rapporto tra vittima e rapitore, e della parallela indagine) e quella sovrannaturale, incarnata nel misterioso telefono e nelle visioni della sorella di Finney. Sono evidenti i rimandi a It, nel tema della cittadina sconvolta da un mostro che prende di mira il suo anello più debole (i bambini) e in alcuni riferimenti visivi (i palloncini, l’impermeabile giallo indossato dalla piccola Gwen in una scena). Citazioni che non disturbano, in una storia che si giova anche della capacità del regista di integrare efficacemente – e con un uso abbastanza parco del jumpscare – le aperture sovrannaturali all’interno della trama.

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L’eccessiva linearità

Black Phone, Ethan Hawke in un'agghiacciante
Black Phone, Ethan Hawke in un’agghiacciante scena del film

Ciò che tuttavia non convince del tutto, in Black Phone, è uno sviluppo eccessivamente lineare, privo di rilevanti guizzi narrativo e complessivamente piuttosto prevedibile. Un limite certo mutuato dalla fonte letteraria, ma piuttosto importante in un genere come il thriller, che dovrebbe essere fondato, per definizione, sull’imprevedibilità. La tensione delle singole sequenze – risultato anche dell’abilità tecnica del regista – non si traduce in un’altrettanto efficace gestione della tensione narrativa più generale, condizionata da un plot piuttosto risaputo e da uno sviluppo narrativo che arriva al finale esattamente nel modo, e nei tempi, che ci si aspetta. Proprio questo carattere derivativo – unitamente al suo concentrarsi sulla resa del contesto, più che su una costruzione davvero efficace della storia – impedisce di considerare Black Phone come un thriller destinato a lasciare il segno, lasciandolo confinato nel recinto di un semplice, buon saggio di tensione cinematografica.

Black Phone, la locandina italiana

Scheda

Titolo originale: The Black Phone
Regia: Scott Derrickson
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Durata: 102’
Genere: Horror, Thriller
Cast: E. Roger Mitchell, Ethan Hawke, Gina Jun, James Ransone, Andrew Farmer, Brady Hepner, Brady Ryan, Braxton Alexander, Chris TC Edge, Derrick Lemmon, J. Gaven Wilde, Jacob Moran, Jeremy Davies, Kellan Rhude, Kristina Adler, Madeleine McGraw, Mark Riccardi, Mason Thames, Matthew Simmons, Megan Petersen, Michael Banks Repeta, Reagan Shumate, Robert Fortunato, Rocco Poveromo, Ron Blake, Troy Rudeseal
Sceneggiatura: C. Robert Cargill, Scott Derrickson
Fotografia: Brett Jutkiewicz
Montaggio: Frédéric Thoraval
Musiche: Mark Korven
Produttore: Scott Derrickson, Jason Blum, Jennifer Scudder Trent, C. Robert Cargill
Casa di Produzione: Crooked Highway, Universal Pictures, Blumhouse Productions
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 23/06/2022

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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