ERO UNA POPSTAR

ERO UNA POPSTAR

Distribuito da Netflix, l’esordio del regista Eddie Sternberg Ero una popstar racconta in toni da dramedy l’amicizia tra una star decaduta e un ragazzo autistico; un lavoro che si giova dell’ottima prova dei due interpreti, e di un approccio intimista e credibile al soggetto che controbilancia i pur presenti schematismi di trama.

Un'amicizia atipica

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La narrazione audiovisiva dell’autismo, negli ultimi anni, si è configurata sempre più come genere a se, pur nella varietà di registri (dal dramma alla commedia, passando per il road movie e il buddy movie) che di volta in volta l’hanno caratterizzata. Questo Ero una popstar, racconto dell’amicizia tra una ex star della musica finita nell’anonimato e un talentuoso, giovane batterista autistico, si inserisce quindi in un filone ormai molto florido; un filone che ha visto negli anni susseguirsi molti epigoni tra grande e piccolo schermo, dagli italiani Quanto basta e Vengo anch’io ai successi seriali di Atypical, The Good Doctor e della recente Avvocata Woo, passando per film che hanno toccato solo tangenzialmente (ma con molto realismo) l’argomento, come il recente dramedy Apple Cha Cha Real Smooth. Ed è di fatto un dramedy – con una forte componente musicale – anche questo lungometraggio d’esordio del britannico Eddie Sternberg distribuito da Netflix, adattamento del suo corto I Used to Be Famous del 2015: un’operazione che accosta e mette a confronto la voglia di riscatto – venata di malinconia e sensi di colpa per un lutto personale – di una star decaduta, e le ambizioni di un personaggio giovane in cerca del proprio posto al sole. Un personaggio frenato da un lato da un ambiente sociale che mal digerisce le sue peculiarità, dall’altro da una madre che non ne accetta l’inevitabile crescita e maturazione.

Due di due

Ero una popstar, Leo Long ed Ed Skrein durante un'esibizione in una scena
Ero una popstar, Leo Long ed Ed Skrein durante un’esibizione in una scena del film

Il plot del film è incentrato sul personaggio di Vince, ex cantante di una boyband molto popolare negli anni 2000, precipitato nell’anonimato dopo lo scioglimento del gruppo. Il musicista, che si porta dietro un senso di colpa mai elaborato per un lutto familiare, ha un progetto di carriera solista mai decollato, anche a causa di una scarsa capacità di adattarsi ai nuovi strumenti della promozione musicale (i social media, nello specifico). Un giorno, mentre si sta esibendo in strada con la sua tastiera elettronica, Vince viene avvicinato dal giovane Stevie, che improvvisa con le sue bacchette un ritmo sul motivo da lui suonato. L’estemporanea esibizione riscuote da subito il plauso dei passanti, ma poco dopo giunge la madre di Stevie che conduce via il ragazzo, preoccupata. Il video della breve esibizione di Stevie e Vince, tuttavia, fa subito il giro dei social: il musicista si mette così alla ricerca del ragazzo, sperando di iniziare con lui un nuovo progetto musicale. Un intento che incontrerà da subito l’ostilità della madre di Stevie, preoccupata dalle difficoltà derivate dalla sua condizione autistica.

Folle adoranti, folle indifferenti

Ero una popstar, Stanley Morgan in una scena
Ero una popstar, Stanley Morgan in una scena del film

Ero una popstar mette al centro della sua trama il più classico dei personaggi in cerca di riscatto, giustapponendo nel prologo le immagini delle sue glorie passate e dei bagni di folla (con una versione giovane di Vince interpretata da un diverso attore) all’anonimato del presente; un anonimato che vede l’ex star collezionare rifiuti persino alle richieste di esibirsi nei pub della zona, e cedere, nel privato, all’assalto dei ricordi e al peso di un antico e mai elaborato senso di colpa. Una definizione di un loser moderno, e una sua messa in scena, molto classiche (e se vogliamo un po’ convenzionali) accompagnate da un commento musicale dai toni spesso improntati all’indie folk; una scelta volta quasi a sottolineare il contrasto tra le antiche glorie della carriera del protagonista e la minuta realtà di strada del suo presente, confuso nell’anonimato di una città sui cui poster spicca (per contrasto) il volto del suo ancora popolare ex sodale. Un personaggio, quello di Vince, che ritroverà stimoli e voglia di mettersi in gioco nel contatto col talento puro, incarnato dal giovane Stevie in un tipo diverso – ma complementare – di outsider. Una coppia, quella formata dai due, che si rivelerà tanto improbabile quanto in realtà ben assortita, come da tradizione di un buddy movie riadattato al tema della disabilità.

Una favola realistica

Ero una popstar, Leo Long ed Eleanor Matsura in un'immagine
Ero una popstar, Leo Long ed Eleanor Matsura in un’immagine del film

È fuor di dubbio che Ero una popstar sia un film in parte convenzionale, che unisce al look indie da commedia metropolitana – pieno di colori caldi, con un commento musicale molto presente – una storia d’amicizia e riscatto programmaticamente improntata all’ottimismo e ai buoni sentimenti. Una costruzione in cui, tra l’altro, non manca qualche approssimazione (il contrastato rapporto tra Vince e la madre di Stevie avrebbe meritato, forse, qualche sequenza in più) e alcune storyline rimaste irrisolte (in primis il rapporto dello stesso Vince con sua madre). A sollevare il film dalla medietà, tuttavia, c’è la credibilità, all’insegna di toni minimali e intimisti, con cui viene reso il rapporto tra i due protagonisti, sostanziato dalle buone prove di entrambi gli interpreti: quella di Ed Skrein, attore che aveva fatto una breve apparizione ne Il Trono di Spade, ma soprattutto quella del giovane Leo Long, attore e musicista realmente nello spettro autistico. La credibilità dell’interpretazione di quest’ultimo, all’insegna di una resa realistica, modulata e priva di stereotipi della condizione, dona al film ulteriore consistenza: un risultato raggiunto grazie anche all’intelligente capacità dell’attore di rendere l’evoluzione del personaggio, evidente tanto nell’espressività e nel tono di voce, quanto nella postura fisica. Proprio la resa credibile di questa evoluzione, con una durata di solo un’ora e tre quarti, è certo un merito da ascrivere al film di Eddie Sternberg, il cui sentimentalismo non diventa mai vuoto e d’accatto; un approccio confermato anche da una conclusione che, pur laddove si declina nei termini dell’happy ending, non dimentica il realismo, e la resa in itinere di due personaggi il cui percorso, in fondo, è solo iniziato.

Ero una popstar, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: I Used to Be Famous
Regia: Eddie Sternberg
Paese/anno: Regno Unito / 2022
Durata: 104’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Kurt Egyiawan, Stanley Morgan, Edward Hyland, Neil Stuke, Richard Sutar, Lorraine Ashbourne, Harley Kierans, Leo Long, Zara Flynn, Rachel Kwok, Jamie Wannell, Ed Skrein, Eleanor Matsuura, Eoin Macken, Millicent Wong
Sceneggiatura: Eddie Sternberg, Zak Klein
Fotografia: Angus Hudson
Montaggio: Julian Ulrichs
Musiche: David M Saunders
Produttore: Collie McCarthy, Christopher Pencakowski
Casa di Produzione: Forty Foot Pictures, Viewfinder
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 16/09/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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